Editor Gloria Macaluso

Una giornata da scrittrice – le delusioni

Dovete amare svisceratamente ciò che state scrivendo. Se uno non piange, non ride, né si spaventa per quello che sta scrivendo, o addirittura ciò che scrive non gli piace più di tanto, come può pretendere che questo accada nel lettore?

Renato di Lorenzo

Ho parlato della natura, delle biblioteche e delle librerie, poi dell’organizzazione, delle passioni e delle avventure della scrittura. Tutte cose belle, tutte emozioni positive, stuzzicanti, creative… ma le delusioni? Oh, sì, le delusioni. La sensazione di sconfitta, di perdita, il buco nero del blocco, dell’insulso.

Che termine pessimo: insulso. Ho scritto due paragrafi insulsi, ho scritto un capitolo insulso, un libro insulso. Quante volte ci è capitato? Molte. A me, perlomeno, quasi sempre. Scrivo, riscrivo, correggo, lo faccio di nuovo, fisso la pagina, leggo e rileggo, ma quella frase non mi convince, e quella parte, sì, quella lì dove la protagonista è pensierosa, ma cosa pensa? Non comunica niente, Gloria, mi dico. Non piace a me, a chi dovrebbe piacere? Ecco, il terrore che sale lento, inflessibile: non lo leggerà nessuno.

Perché non siamo bigotti, né ipocriti: scriviamo per essere letti, anche se in ultima battuta, da qualcuno vogliamo essere letti. E per questo capita spesso di sentirci inadeguati o, peggio, di iniziare un progetto con enorme entusiasmo e aspettative e poi, poco dopo, credere che quella scintilla fosse solo una nostra immaginazione e, leggendo a voce alta quanto scritto, pensare che tutto si estingue lì, in quelle poche pagine di sacrifici.

Per questo, con estrema umiltà, ho deciso di raccontarvi le 3 delusioni della scrittura, inviolabili scogli per gli artisti che le sperimentano senza dare loro un nome.

1. Da lettore a critico

Eccomi, già mi vedo fresca di caffè e dentifricio seduta alla scrivania dal sapore di tabacco o, meglio, sulla veranda, arrampicata su di uno sgabello traballante a fissare lo schermo del PC. Quella frase è perfetta. Perfetta, ne sono sicura. L’ho scritta io? Quasi non me ne capacito. Ottima la sintassi, il senso è ben spiegato, riesco a sentire il profumo di cui parlo. Tutta la mattinata rimango lì, appollaiata su quello sgabello a deformare i tasti con i mie polpastrelli. Quanto ho scritto! Tutto perfetto, per oggi può bastare, adesso ho fame.

Pranzo soddisfatta e non ci penso più, allontano i miei personaggi per costringerli a non ingombrare sempre la mia mente, devo lavorare. Allora torno al PC, guardo per un attimo la cartella con il titolo del mio lavoro, sono ancora entusiasta; poi, sposto il cursore sui file dei miei autori e via alla strage delle “d” eufoniche e delle virgole. La giornata procede, chiudo il PC, mi è venuto mal di testa. Esco, tutto è come al solito. Torno a casa, si è fatta sera e c’è qualcuno che mi aspetta, eccolo, il libro.

Il libro. Quel libro è di un autore americano, è lì sul comodino da almeno un mese e ancora non ho letto neanche la quarta di copertina. Mi è stato regalato, o forse spedito, o forse l’ho acquistato, non ricordo. Dopo una giornata di scrittura e correzione è da sadici leggere ancora, ma non ho voglia di spiaccicarmi davanti al televisore. Mi infilo la vestaglia, le ginocchia coperte dal pile, e inizio a leggere.

La rivelazione. Quella lettura per me non è solo l’ascolto di una storia, non è fine a sé, ma in continua competizione con ciò che ho scritto io. Ecco, adesso quella frase, quella che consideravo perfetta, mi sembra niente, insignificante di fronte a questa prosa maestosa, a questa disarmante semplicità e a questa trama incalzante, interessante, tutte cose in -ante.

Questo, cari amici, l’errore più grande. Non siamo più lettori, siamo divenuti critici. Non stiamo più osservando una storia dal suo interno, soffrendo o esultando con i suo protagonisti, no… stiamo misurando nei dettagli il modo in cui quella parola sia finita lì, il come l’autore abbia conciliato stupore e beatitudine, il quando quest’uomo americano abbia trovato il tempo per scrivere questo capolavoro e il perché noi non ne siamo capaci. Un errore, quello di paragonarsi, senza dubbio. Soprattutto nelle prime e fragili fasi dell’inizio di una storia.

Qualcuno, non ricordo più chi, ha detto: “Credo che i nuovi scrittori abbiano paura che tutto sia già stato detto, sia già stato scritto. Certo, lo è stato, ma non da voi”.

2. Poi lo scrivo

La terribile frase che mi sono ripetuta per mesi “poi lo scrivo”, e chi lo ha più scritto? Capita a tutti di cadere in un periodo di blocco, un momento che può durare anche solo pochi giorni ma che poi, inevitabile e fastidiosa come tutte le abitudini, tende a farci sopravvalutare il nostro allenamento. E mi spiego: quando scriviamo, quando ci esercitiamo nella scrittura, non stiamo solo componendo una storia, ma ci stiamo allenando all’atto di scrivere.

Possiamo fare un paragone con qualsiasi sport. Faccio un esempio personale: da bambina e fino ai miei sedici anni ho frequentato una scuola di danza classica. La adoravo. Poi, vuoi un po’ gli studi e vuoi un po’ l’adolescenza infuocata, ho abbandonato. Continuavo a vantarmi del fatto che dodici anni di danza non possono “volar via” e quindi credevo di poter fare ancora determinati passi, esercizi. Eppure, l’anno scorso in palestra ho provato a fare un brisé (tanto per farvi capire di cosa si tratta, QUI) con un epilogo davvero poco felice.

In questo senso, quando sopravvalutiamo le nostre capacità e pensiamo non sia necessario esercitarci, ci ritroviamo in un tunnel infinito di procrastinazione (e non solo con la scrittura). Perciò, questa diviene una forma di delusione quando, dopo tempo, ci rimettiamo all’opera rendendoci conto di quanto, in realtà, la scrittura sia un’arte difficile.

3. La sindrome di Hill House

Non pensate mi riferisca alla serie Netflix (che ho comunque trovato magnifica), no, mi riferisco al libro della Jackson. Chi lo ha letto si ricorderà che la casa fu costruita erroneamente (ma volontariamente) in pendenza e che questo creava un senso di disorientamento ai suoi ospiti nonché l’apertura e chiusura anomala delle porte.

Ecco, ho voluto rubare questo nome per riprendere una sensazione che provo molto spesso: disorientamento. Scrivere un libro disorientato e a regola d’arte è un talento quasi irraggiungibile; ma scrivere un libro disorientato e basta è quotidianità.

Molte volte mi è capitato di scrivere senza prestare orecchio alla trama e di ritrovarmi in una marea di incongruenza dalle quali, spesso, non avevo voglia di tirarmi fuori. Quando scriviamo “a casaccio”, ovvero senza interessarci se qualcosa detto prima sia coerente o meno con qualcosa detto dopo, diviene impossibile, sempre, terminare una stesura priva di buchi narrativi. Dopo questo, perciò, siamo avvolti dallo sconforto e pensando di non poter più metter mano al testo lo abbandoniamo e ricomincia il circolo vizioso del punto primo.


Arrivati qui immagino che stiate pensando che questo articolo non vi abbia fatto bene, anzi, al contrario. Eppure sono anche certa che una voce nella vostra testa vi stia sussurrando “ma tu sei più bravo”. Può darsi, ma le delusioni della scrittura colpiscono tutti, inesorabili, chi più e chi meno, certo, ma tutti. Allora come fare? Non esiste una formula magica, lo ripeto sempre, non c’è al mondo una frase o una parola che esenti lo scrittore che tale vuole essere dai blocchi, dallo sconforto e dalla sensazione di “insulso”, appunto. Malgrado ciò, un aiuto lo si può trovare in quello che tanti considerano non serva, l’esercizio.

Sono anch’io stufa di ripetere questo cliché, che banale invece non è, ovvero che l’esercizio e la costanza accompagnati da una grande dose di buona volontà e, sì, per forza, anche di talento, possa nel concreto far superare o accettare una delle delusioni che ho elencato.

E voi? Quali sono le vostre delusioni e come le avete o le state sconfiggendo?


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A presto,

Gloria

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3 pensieri su “Una giornata da scrittrice – le delusioni

  1. inchiostronoir ha detto:

    Questo è un bell’articolo, ma non sono d’accordo con tutto.

    Quando un autore legge, non si mette automaticamente in competizione con gli altri: anche se scrivo, non m’impedisce di apprezzare un romanzo scritto qualcun altro e di non mettermi in competizione! Chiunque può leggere le mie recensioni e vedere che incoraggio a leggere “la concorrenza”.

    Il fatto di procrastinare non è un male in sé, a patto di scrivere già due o tre cosette sull’ispirazione del momento, lasciarla decantare per qualche giorno per poi riflettere a testa fredda: così valuti se un’idea vale la pena di essere sviluppata.

    Infine, non capisco bene il terzo punto: Come si fa a trascurare la trama? Io vedo la trama di una storia come il recinto di un parco: puoi andare dove vuoi, ma è sempre lì davanti a te.

    Naturalmente, questa è solo la mia opinione e il mio punto di vista personale.

    Piace a 1 persona

    • Gloria Macaluso ha detto:

      Certo! Ovviamente le mie considerazioni non sono generali: leggere non significa sempre “mettersi in competizione”, ma credo che tutti, in un modo o nell’altro, traendo ispirazione dai grandi autori (attenzione: grandi, non la concorrenza intesa come prodotti di marketing o per genere) debbano per forza confrontarsi con essi! Il confronto può generare delusione e senso di sconfitta, è una verità acclarata; ma sono d’accordo con te: non sempre, ovvio.
      Logico che anche per la procrastinazione non intendo quello che viene definito come momento di riflessione o di pensiero a mente fredda, come dici giustamente, ma la vera e propria abitudine di rimandare la scrittura quasi fosse qualcosa che può essere ripresa senza cali di tensione o che, peggio, possa essere data per scontata.
      Per il terzo punto, beato te che hai questa visione! Nella mia esperienza (e parlo qui in particolar modo del mio lavoro come editor) di trame disorientate, non coerenti e “perse” ne ho lette parecchie (e non solo in autori non ancora pubblicati…) e anche nel mio percorso di scrittura mi è più volte capitato di “perdere” il filo del discorso, credo sia un po’ comune a tutti, ma se hai qualche consiglio sarei felice di ascoltarlo!
      Certo è che le tre “delusioni” che ho descritto sono parte della mia esperienza, del mio modo di vivere la scrittura anche nei suoi momenti bui che, si sa, esistono per tutti.
      Grazie per questo commento! Colgo l’occasione e ti chiedo: quali sono per te le “delusioni” da scrittore?

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