Editor Gloria Macaluso

“Show, don’t tell” – le tecniche di scrittura creativa

Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare.

Ernest Hemingway

“Show, don’t tell” è uno tra i più comuni e famosi consigli di scrittura. Sfortunatamente, mi sono accorta, anche uno dei grandi incompresi.

Che cosa significa nella pratica “mostra, non dire”? Mi permetto un esempio banale, ma efficace: «Maria è una brava bambina» -> «Quel giorno, vedendo Matteo offeso, Maria decise di dividere con lui la sua merendina».

Quale delle due frasi preferite? Qual è più coinvolgente? È intuitivo, sì, quando si legge. Non sempre quando si scrive. Ma partiamo dalla presunta origine. Diverse sono le attribuzioni di questa tecnica a Anton Cechov (Non dirmi che la luna splende; mostrami il bagliore della luce sul vetro rotto); eppure, la si ritrova già dagli anni Venti in “The Craft of Fiction” di Lubbock.

Editor Gloria Macaluso
The Craft of Fiction, 1921

Sebbene l’influenza del cinema e dello sceneggiato in narrativa sia sempre più insistente, questo non preclude che la tecnica del “mostrare” debba per forza essere ricondotta al mondo hollywoodiano. Scrivere per immagini non significa redigere una scenografia. Ci sono tantissimi esempi di come il “mostrare” possa rivelarsi la soluzione più efficace nella narrativa e ve ne riporto giusto uno – senza pretese, eh, è solo Emily Brontë.

Cime Tempestose, TEN, 1993

Mostrare richiede ai lettori un’interazione con la storia allo scopo di comprendere il significato inteso e voluto dall’autore. In questo passo, non ci viene detto che Nelly è apprensiva e vuole bene a Catherine, né ci viene detto che Catherine è confusa, ma ci viene mostrato.

Ma quando si dovrebbe usare?

Come per ogni cosa nella narrativa (e nella vita!) l’equilibrio è un elemento essenziale. La tecnica del mostrare infatti non può essere utilizzata per ogni evento, dialogo o descrizione del vostro testo. Ecco, come esempi, alcuni casi in cui si può “dire”:

  • Una semplice affermazione;
  • Il trascorrere del tempo;
  • Retroscene o esposizioni dirette;
  • Dialoghi che si susseguono incalzanti;
  • Nel mezzo di lunghe descrizioni (tra il dire e il mostrare);
  • Pensiero o azione importante (tra il dire e il mostrare).

“Dire” è molto spesso la tecnica più utilizzata nei racconti del mito o delle leggende, soprattutto per la struttura narrativa che ripercorre eventi complessi, con parecchi personaggi, e si rivolge a un pubblico ampio. Al contrario, “mostrare” è più utile quando ci si vuole immergere nella mentalità di un personaggio, quando lo si vuole mostrare, appunto, in una determinata situazione per far emergere il suo carattere, le sue debolezze o passioni.

Ecco alcuni suggerimenti per affinare la tecnica del “mostrare”.

1. Le descrizioni sensoriali

I 5 sensi sono tra i primi fattori che supportano lo “show, don’t tell” poiché più semplici per coinvolgere il lettore e farlo immedesimare nella storia. Oltre la vista, più descrittiva che dimostrativa, l’odore e l’udito sono tra i più efficaci.

«Sugli scaffali erano esposte decine di volumi ottocenteschi; l’odore di pioggia e naftalina impregnava fino le pesanti tende che si divincolavano al vento delle finestre spalancate».

Pioggia, naftalina, vento: odorato e udito si mescolano.

2. I verbi che dicono

Un consiglio spassionato è quello di evitare i verbi “sentire”, “odorare”, “toccare”, “gustare”, ecc. Quesi trascinano il lettore fuori dalla storia, mentre noi desideriamo che ci rimanga “dentro”. Lo stesso vale per tutti gli aggettivi che si riferiscono ai cinque sensi.

Vediamo di migliorare l’esempio sopra scritto: da «Sugli scaffali erano esposte decine di volumi ottocenteschi; l’odore di pioggia e naftalina impregnava fino le pesanti tende che si divincolavano al vento delle finestre spalancate» a «Sugli scaffali se ne stavano in silenzio decine di volumi ottocenteschi. Pareva che nella stanza fosse piovuta naftalina; anche le pesanti tende scosse dal vento davanti le finestre spalancate celavano gocce biancastre».

Ecco che abbiamo eliminato il termine “odore” e il verbo “impregnava”.

3. Eliminare il superfluo e utilizzare un linguaggio puntuale

Mi capita spesso di correggere testi nei quali gli aggettivi sono messi a casaccio, un po’ qui e un po’ là, senza una meta precisa; dove i termini non sono azzeccati, puntuali e le frasi “infelici”. Quando vogliamo sfruttare la tecnica SDT dobbiamo ricordare che meno è meglio e meglio è preciso. Proviamo ancora a riformulare l’esempio: da «Sugli scaffali se ne stavano in silenzio decine di volumi ottocenteschi. Pareva che nella stanza fosse piovuta naftalina; anche le pesanti tende scosse dal vento davanti le finestre spalancate celavano gocce biancastre» a «Sugli scaffali riposavano decine di volumi ottocenteschi. Pareva che nella stanza fosse piovuta naftalina; anche le pesanti tende scosse dal vento gocciolavano d’umidità».

“Riposavano”, “gocciolavano” e l’eliminazione di “davanti le finestre spalancate” perché dove vuoi che siano le tende? E da dove altro luogo potrebbe giungere il vento? Ecco, evitiamo l’ovvietà.

Nell’utilizzo di un linguaggio puntuale, inoltre, è sempre bene preferire i verbi agli avverbi e all’unione degli aggettivi: è più efficace dire che qualcuno è “fuggito”, che dire: “correva freneticamente”. Oppure, meglio dire che era “ottuso”, che dire: “faticava a capire i concetti”.

4. Personificare le emozioni

Quando scriviamo, si sa, più di ogni altra cosa desideriamo che il lettore si immedesimi nella nostra storia, provi empatia nei confronti dei nostri protagonisti e altre emozioni per i personaggi (rabbia, accortezza, pietà, amore, ecc). Quando ci si limita a raccontare le emozioni dei nostri personaggi, questo processo raramente avviene; la differenza si trova nella personificazione delle emozioni. Rendiamo le emozioni vive, pensanti, parlanti.

Ad esempio: “era arrabbiata” può diventare “la rabbia l’aveva intrappolata”. Ancora: “aveva paura” diventa “le braccia presero a tremare e un sudore freddo le scivolò dalla fronte”.

Il punto essenziale, oltre alla personificazione, è la rivelazione attraverso piccoli monologhi. Descriviamo le emozioni nel profondo, spiegandone le conseguenze, gli antefatti (ecco un articolo in merito QUI) e le sensazioni che provocano.


Per finire, voglio sempre ricordare che la scrittura è un atto personale, così come ogni altra arte, ma non per questo non può essere allenata. La tecnica si insegna, si impara e il talento si coltiva, si vive. Qualsiasi consiglio non deve diventare un mantra, altrimenti scriveremmo tutti nello stesso modo, ma gli elementi di base possono essere migliorati, sfruttati in modo originale, rivisitati e adattati.

Se volete, scrivete una descrizione in “show, don’t tell” nei commenti, sarò felice di rispondervi! Oppure, visitate questi articoli per qualche esercizio in più:

Esercizi di scrittura: l’incipit

Esercizi di scrittura: i dialoghi

Vi ricordo inoltre che venerdì 24 maggio sarò presente come spettatrice alla presentazione del volume “La moglie del santo” a Pavia, QUI più informazioni.

A presto!

Editor Gloria Macaluso
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18 pensieri su ““Show, don’t tell” – le tecniche di scrittura creativa

  1. Anonimo ha detto:

    Ciao Gloria, i tuoi articoli sono sempre molto interessanti, grazie!
    La regola del “Show don’t tell” mi è stata indicata al primo incontro di un corso di scrittura creativa a cui ho partecipato lo scorso anno…
    Seguirò ogni tuo futuro post, a presto!

    Piace a 1 persona

    • Gloria Macaluso ha detto:

      Sensazione comune, Vittorio! Capita spesso anche a me, ma non bisogna pensarci troppo; un pianista si scorda presto come mettere le dita sulla tastiera, suona e basta, eppure da qualche parte lo ha imparato! La differenza è semplice, pensa se qualcuno scrivesse di te, come ti rivelerebbe meglio? Dicendo “Vittorio si sentiva manovrato mentre scriveva” oppure scrivendo “Vittorio impugnò la penna, scrisse due frasi, solo due. Poi guardò verso il soffitto, la camera era in penombra. ‘Lasciami in pace…’, bisbigliò ripensando alla lezione di scrittura”. Che ne pensi?

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      • Gloria Macaluso ha detto:

        Sintetica e approfondita, dici? La prima, però ti “dice” che Vittorio si sente manovrato, la seconda te lo “mostra” attraverso gesti e parole. Sintetico non è sempre contrario di approfondito e viceversa: una frase breve può spiegare meglio di un intero paragrafo! Dipende dal contenuto. Mostrare significa far vedere al lettore una sensazione, atteggiamento, emozione, non “dirli” e basta. Prendi l’esempio della bambina nell’articolo… ti sembra una frase approfondita e una sintetica?

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      • Vittorio Tatti ha detto:

        Per farti capire che non ho capito, io avrei scritto che la prima mostra e la seconda dice; per me sono due verbi intercambiabili.
        Io vedo solo una descrizione di cose diverse, non un diverso modo di descrivere la stessa cosa.

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      • Gloria Macaluso ha detto:

        Mmmh… la questione si fa complicata! Non percepisci che la seconda frase “mostra al lettore” che Maria è una brava bambina? Regala la sua merenda! Questa è un’azione! Lei fa una cosa, non è il narratore a enunciare una sua caratteristica!

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      • Vittorio Tatti ha detto:

        Ma è pur sempre l’autore a dire che è Maria a compiere l’azione.
        Per me, a meno che non si utilizzino illustrazioni o fumetti, non c’è alcuna differenza: un testo scritto descrive, non mostra e non dice.
        È una battaglia persa, fa niente.

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      • Gloria Macaluso ha detto:

        Mi dispiace che tu non riesca a trovare la differenza! Certo, è sempre l’autore, e per il fumetto è sempre il disegnatore, e per un film è sempre il regista, gli attori… tutto dipende da quanto questi artisti riescano a far immedesimare il lettore, spettatore, osservatore. Si tratta in ogni caso di una finzione.

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      • Gloria Macaluso ha detto:

        No… 😀 Non è il punto di vista a cambiare, ma il modo di raccontare un personaggio. Questa “tecnica” si utilizza infatti, sopratutto, per mostrare il carattere o le emozioni o una decisione di un personaggio. La scrittura mostra che era cattivo, ad esempio, non lo dice. Al posto di “Mario era cattivo” si scrive “Mario rubò la merenda ad Anna e le urlò in faccia che lei era povera e non le spettava quel lusso”. Il miglior modo per capire le differenza rimane leggere storie (scritte bene)!

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      • Vittorio Tatti ha detto:

        Però una cosa non esclude l’altra.
        “Mario era cattivo” è più una presentazione tipica di un racconto breve o di un’introduzione preliminare del personaggio; non è qualcosa che mi aspetterei di leggere in un romanzo.
        La seconda frase, invece, mi sembra uno sguardo diretto su una storia più complessa, anche se può essere usata pure per un racconto.

        Piace a 1 persona

      • Gloria Macaluso ha detto:

        No, certo, non si escludono. Il punto è l’efficacia! Io non vorrei rileggere una frase così nemmeno in un racconto, a meno che non sia allusiva a un particolare stile o contesto o sensibilità.

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