© Editor Gloria Macaluso

La corsa della vita – Intervista a Chiara Saibene

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte delle persone esiste, questo è tutto.

Oscar Wilde

Quando ho letto per la prima volta il racconto di Chiara, che trovate QUI, non ho potuto fare a meno di chiedermi “e se fosse capitato a me?”. Già, e se fosse? Come avrei reagito? Mi sarei fatta trascinare dagli eventi oppure avrei combattuto? E cosa fa Teresa in definitiva? Dove trova la motivazione? Dove nasconde la rabbia? Be’, quale risposta più semplice se non nella scrittura. Sì, perché scrivere significa anche prestare le proprie emozioni alla carta, quel tanto che basta per non farcele esplodere dentro.

Ho posto a Chiara qualche domanda sulla sua quotidianità e sulla passione per la scrittura e ho scoperto una donna con le idee ben chiare (anche se a suo dire non è proprio così), che spera, come me, di poter continuare a vivere della sua passione. Ecco l’intervista.


Ciao, Chiara! Innanzitutto tanti complimenti per il tuo successo. Hai ricevuto tantissimi consensi per il tuo racconto “4 Mura”. Prima di entrare nel dettaglio, presentati. Chi sei, cosa fai nella vita, come ti sei avvicinata alla scrittura?

Sono davvero contenta di aver ricevuto tanti bei commenti positivi, non c’è nulla di più bello del leggere i pareri degli altri riguardo a qualcosa a cui si è dedicata tanta energia e passione. Per quanto riguarda il “chi sono”, non c’è granché da dire: dopo essermi laureata in traduzione e interpretariato, ho subito iniziato a lavorare come traduttrice freelance e tutor privata di lingue. Mi sono specializzata con un master in traduzione giuridica per dare una “marcia in più” al lavoro (ma non è servito a un granché!); ultimamente mi sto dedicando anche all’editing di romanzi. Il linguaggio, le lingue, la lettura e la scrittura, insomma tutto ciò che riguarda la comunicazione, è sempre stato il mio vero amore. In una società utopica dove non servisse guadagnarsi il pane passerei le giornate a leggere e a imparare sempre più lingue diverse solo per il gusto di farlo. Sarà una constatazione banale, e forse molti non ci crederanno, ma ho sempre desiderato scrivere, sin da piccola (tranne una breve parentesi in cui volevo diventare veterinaria). Mi ricordo ancora che il primo “racconto” l’ho scritto tipo a dieci anni su un quadernino blu de La carica dei 101 che i miei genitori mi avevano regalato per la befana: da brava amante dei cani (ne abbiamo sempre avuti in famiglia), La carica dei 101 era uno dei miei cartoni preferiti e così avevo scritto una specie di spin-off su Pongo, Peggy e compagnia – ora non mi ricordo per nulla di che cosa trattasse il testo che avevo scritto, ma mi ricordo chiaramente il quadernino blu. Poi, si sa, crescendo le cose cambiano, ma ho sempre continuato a scrivere qua e là, accumulando file Word sul computer che restavano lì a non far nulla. Poi ho pensato che tanto valeva provare a confrontarsi con un pubblico. Ho preso cinque dei racconti che mi sembravano più belli, li ho messi insieme in una raccolta (Le strade incrociate) e li ho auto-pubblicati sotto pseudonimo (Cristina Simoni). Devo ammettere che non mi aspettavo chissà cosa, e invece tutte le recensioni che ho avuto sono state positive, alcune anche entusiastiche. Presa bene da questo piccolo successo, ho partecipato anche ad altre iniziative, tra cui appunto questa di “Tre racconti per…”, e il concorso Storie Brevi de Il mio Libro. Ho partecipato con tre racconti e miracolosamente hanno vinto tutti e tre.

Adesso parliamo del tuo racconto. Ti sei ispirata a una storia vera? Oppure a qualche pensiero particolare?

Più che a una storia vera mi è tutto partito da una riflessione (momento di disagio esistenziale) sulla “corsa” della vita. Fra poco compirò ventisette anni: è un’età nel mezzo, dove non si è più giovanissimi ma neanche completamente “fissi” in una direzione immodificabile. Fino ai venti, ventidue, ventitré anni tutto è possibile: si può anche cambiare università, cambiare città, muoversi, viaggiare, si hanno tante idee e il tempo davanti a sé sembra infinito. Quando poi inizi a lavorare, però, ti rendi conto di quanto sia tutto difficile: difficile trovare un lavoro, difficile mantenersi con gli stipendi sempre più bassi, difficile districarsi in un paese che tende a “sfruttare” i giovani anziché creare per loro opportunità nel lungo termine. Scusami, forse sto andando fuori tema, ma il punto è che mi sono resa conto che quelli della mia generazione sono tutti nella stessa barca, tutti nella corsa verso “il posto fisso” o il “contratto a tempo indeterminato”, e non importa che lavoro sia, se è un lavoro che ci piace o se è quello per cui abbiamo studiato, l’importante è avere uno stipendio. Questo ha creato una specie di “prigione”, la prigione della quotidianità, e gli anni corrono e ti ritrovi a trenta, quarant’anni senza sapere come ci sei arrivata. Il succo di “4 Mura” è un po’ questo: l’aver trascorso una vita lungo schemi prestabiliti – o scelti da altri – e arrivare a un punto senza sapere come ci sei arrivata.

Il personaggio di Teresa potrebbe apparire accondiscendente, eppure riesce a trovare il “bello” – passami il termine – anche nella situazione in cui si trova. Cosa la spinge? Come hai creato questa connessione?

Teresa è un po’ la mia metafora della donna media, una donna che anche oggi, nonostante tutto, secondo lo stereotipo, trova la realizzazione solo nel matrimonio. Più che accondiscendente, forse è “passiva”. Siamo tutti, in realtà, un po’ passivi. E quando le cose ci accadono senza che noi possiamo farci nulla – come nel caso di Teresa – ci sono solo due modi di reagire: da vittime o da faber, come dicevano i latini, cioè “creatori di noi stessi”. Teresa è in prigione e non ci può fare nulla: può piangere su sé stessa oppure trovare un lato positivo in quella situazione, e il suo lato positivo è aver ritrovato tempo per sé e per le sue passioni – in un certo senso, la libertà – proprio nel luogo che dovrebbe togliertela, la libertà.

Bando ai preliminari, raccontaci com’è la tua “giornata da scrittrice”. Hai dei rituali precisi? Segui l’ispirazione o ti applichi con costanza come Teresa? O, forse, un misto tra le due cose?

In realtà non ho nulla di prestabilito. L’unica cosa certa è che ho sempre a portata di mano qualcosa con cui scrivere perché a volte mi vengono delle idee nei momenti più improbabili, tipo quando sto passando l’aspirapolvere o portando a spasso il cane. Sul comodino ho un quadernetto e una matita per le ispirazioni notturne e ho sempre pronta l’app di OneNote sul telefono, così poi mi si sincronizza tutto anche sul computer, che è il mio sancta sanctorum. Quando mi capita di avere un’idea nel pieno di una giornata lavorativa, la butto giù ovunque capiti (la mia scrivania è anche un ricettacolo di post-it), poi, quando ho tempo, magari nel weekend, ci lavoro su con più metodo e costanza. Mi piacerebbe avere un approccio più metodico ma ogni volta che provo a stabilire una routine di scrittura vengo travolta da una valanga di lavoro che ha la precedenza e quindi dico addio alla costanza.

Cosa ti ispira di più nella scrittura? La lettura, l’arte, i film?

Un po’ di tutto. Amo guardare film ma la vera ispirazione viene dai libri: ho una libreria che sta collassando su sé stessa e anche il mio lettore Kindle è messo a dura prova. Con i libri sono un po’ compulsiva, appena vedo un titolo che mi ispira o leggo una recensione che mi piace, me lo segno nella lista dei desideri, con il risultato che ho una lista lunga un chilometro con titoli di ogni specie.

Ritornando alla forte presenza femminile del tuo racconto, potrei azzardare l’affermazione “il mondo è delle donne”? Cosa pensi del femminismo? È realtà assodata che ci sono ancora, e purtroppo, Paesi in cui le donne sono considerate inferiori agli uomini, degli oggetti da usare. Cosa pensi potrebbe migliorare questa situazione?

Ahia, il femminismo. Bella domanda. Già solo il fatto che esista il femminismo indica quanto lavoro deve ancora essere fatto, e non solo nei paesi più “estremisti” dove le donne ancora non hanno il permesso di accedere all’istruzione, o vengono costrette al matrimonio all’età di dieci anni, ma anche qui, in Italia. Mi spiego meglio. Mi azzardo a dire che, in un mondo perfetto, il femminismo non dovrebbe esistere, perché non dovrebbe esserci alcun bisogno che esso esista. In altre parole, il femminismo esiste per affermare i diritti delle donne, e il fatto che ci sia bisogno di un movimento per affermare dei diritti che dovrebbero già esistere in natura, è un indice di quanto questi diritti siano ancora ben lontani. Cento anni fa (non dico duemila anni fa, ma solamente un secolo fa), alle donne non era permesso di votare. Cinquant’anni fa una donna poteva fare un numero piuttosto limitato di lavori, per lo più segretaria, o sarta, o cuoca. La “donna d’affari” era l’eccezione. Ancora adesso, c’è bisogno delle “quote rosa” per aprire le porte di alcune categorie lavorative alle donne. Perché? È una domanda complessa e la risposta non è semplice. Credo che per il 70% sia una questione culturale e per il restante 30% una questione economica. In Italia mantenere un lavoratore è così costoso che gli imprenditori non si azzardano ad assumere donne che poi “rischierebbero” di andare in maternità. E poi si chiedono perché gli italiani non fanno figli.

Hai qualche autore a cui ti ispiri in particolare per scrivere?

Nessun autore in particolare: leggo di tutto. Mi piace molto anche leggere saggi filosofici o storici. Amo però gli stili lineari, senza troppe pomposità. Uno scritto dovrebbe “aprirsi” al lettore, non chiudergli la porta in faccia.

Quali sono i tuoi libri preferiti?

Aaaaaaah, domanda difficilissima. Ne ho tanti. Il conte di Montecristo di Dumas, Il problema Spinoza di Yalom, Spiriti di Benni, La casa degli spiriti della Allende, Espiazione di McEwan, Memorie di Adriano della Yourcenar, L’eleganza del riccio della Barbery, L’atlante delle nuvole di Mitchell, la saga di Harry Potter e quella di Queste oscure materie di Pullman… la lista potrebbe andare avanti per un bel po’.

E quelli che proprio non sopporti?

Mmmh non saprei. Ho un’allergia per i libri di Federico Moccia, non mi piace proprio il modo in cui scrive. Non sopporto quei libri che sono sbandierati a destra e manca e poi sono banalissimi, o addirittura scritti male. E (confessione, spero che nessuno mi lapidi), non mi piace Il piccolo principe.

Cambiamo argomento, sei pro o contro la pubblicazione in self? Insomma, come consideri un autore che pubblica da solo?

Eh, questa è una domanda sul filo del rasoio. Essendo io per prima un’autrice self, non posso che essere contenta di questa nuova opportunità che consente virtualmente a chiunque abbia un computer e una connessione internet di vedere pubblicate le proprie opere. Come per ogni cosa, esistono aspetti negativi e positivi. Il principale aspetto negativo è l’idea stereotipata che la letteratura auto-pubblicata sia automaticamente spazzatura, e che sia auto-pubblicata perché nessun editore tradizionale ha voluto prendere in considerazione il manoscritto. Non voglio negare che sulle piattaforme di self-publishing ci sia di tutto, spazzatura inclusa, ma ci sono anche delle opere meritevoli, e soprattutto è da ormai parecchio tempo che le grandi case editrici hanno smesso di applicare dei filtri di qualità alle opere da loro selezionate: ciò che conta sono le vendite. Molti libri auto-pubblicati sono di gran lunga più di valore di alcuni cosiddetti “bestseller” Mondadori o Feltrinelli. D’altra parte, il self-publishing è un salto in una selva oscura, dove il lavoro di pubblicità lo devi fare tutto da solo, senza alcun appoggio, e con tanta pazienza, e forse nemmeno allora riuscirai a farti notare.

Credi che l’editoria tradizionale possa attraversare un periodo di svolta positiva? In Italia ci sono più “scrittori” che lettori, lo trovo strano e tu?

Sinceramente non lo so. E non sono nemmeno sicura che effettivamente ci siano più scrittori che lettori: molti si approcciano all’idea della scrittura solo con la prospettiva di “fare soldi”, di creare un prodotto che possa in futuro generare delle rendite passive. Che i lettori diminuiscano, ahimè, temo sia anche una conseguenza della digitalisation: non perché diminuiscano i libri cartacei (pur amando da sempre e per sempre il profumo della carta stampata, l’e-book è una grande invenzione, non soltanto in termini di risparmio economico, ma soprattutto per il fattore ecologico), ma perché tutto sta diventando “a misura di web” e sembra che leggere qualcosa di più lungo di 500 parole, e che impegni per più di un minuto, sia uno sforzo insostenibile ai più.

Qual è la tua citazione preferita? Il tuo motto?

Il mio motto è una frase di “Einstein” (tra virgolette perché non è del tutto sicuro che sia sua), che infatti ho sparso un po’ ovunque, anche sul mio blog: Insanity is doing the same thing over and over again and expecting different results, “La pazzia è fare e rifare continuamente la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”. Trovare una citazione preferita è un po’ come chiedermi qual è il mio libro preferito in assoluto (cioè una missione impossibile). Posso metterne qua qualcuna: “Il potere, il tempo, la forza di gravità e l’amore. Tutte le forze che fanno girare il mondo sono invisibili” (da L’atlante delle nuvole di David Mitchell). “La storia è un’invenzione letteraria che è effettivamente accaduta. L’invenzione letteraria è la storia che sarebbe potuta accadere” (André Gide). “[…] Alludo al mondo moralista, quello che non ha nulla da obiettare al vizio di per sé stesso, ma non tollera di sentir definire il vizio con il suo nome” (da La fiera delle Vanità di W.M. Thackeray).

Adesso fatti un augurio per il futuro, cosa speri che brillerà domani?

Spero di continuare ad avere, anche in futuro, la possibilità e la libertà di poter fare quello che mi piace. Non è per nulla una speranza scontata.

Per finire, dai un consiglio ai giovani scrittori.

Ah! Non so se io posso dare consigli agli altri. Posso solo parlare per esperienza diretta, da persona che ci ha impiegato un sacco di tempo prima di decidersi a pubblicare qualcosa: fino a che non ci si confronta con un pubblico “esterno”, qualcuno che giudica lo scritto per quello che è, e non il suo scrittore, rimarrete sempre con il dubbio. Ho scritto qualcosa di valido? È veramente qualcosa di bello? O il “bello” detto da mia madre/mia sorella/mio fratello/il mio migliore amico è stato detto solo per non farmi dispiacere? Visto che di piattaforme online per la pubblicazione ce ne sono, tanto vale usarle. Cos’è il peggio che può accadere?

Un grosso in bocca al lupo per tutto!

Grazie Gloria, grazie anche per questa bella iniziativa dei “Tre racconti per…”. In bocca al lupo anche a te per la tua attività.


Ecco gli altri due racconti del concorso: Cibo, morte e cenacoli di Nadia Mogni & La Veglia d’inverno di Gaelle Bottalico

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A presto,

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