© Edito Gloria Macaluso

Tre racconti per… – La veglia d’Inverno di Gaëlle Bottalico

Il racconto di Gaëlle, dai toni bucolici e medioevali mi ha rapita e trasportata nel villaggio di Sidhbri attraverso gli occhi di una bambina, Dana, che vive nel borgo e sta per trascorrere la serata alla Veglia d’Inverno, un po’ Halloween e un po’ Natale, facendo un incontro molto più che inaspettato…


La Veglia d’Inverno

Sidhbri, Contea Donegal, Irlanda

1 Novembre 1895

La piccola Dana correva tra i viottoli medievali di Sidhbri. Il borgo, rivolto a mezzogiorno, sorgeva su una collina solitaria circondata dalla bastionata montuosa a Nord e bagnata da due torrenti, uno dei quali serpeggiava al centro del villaggio. Dana non era mai andata a valle, non sapeva che quelle case in pietra, dai tetti spioventi rosso arancio, che si inseguivano l’un l’altra fino a raggiungere la cima della collina sotto le quali delle tavole in legno erano incastonate come gemme morte nel terreno, indicavano il luogo dell’eterno riposo.

Il cimitero non era luogo per bambini di dieci anni, ma Dana non badava alle dicerie della gente e quando ancora la nebbia del mattino aleggiava sul suo naso all’insù, e il sole intiepidiva i tetti, lei si arrampicava sul cancello in ferro battuto attenta a non pungersi sulle piccole guglie che ornavano le estremità della griglia. Aveva un appuntamento a cui per nulla al mondo sarebbe mancata e giammai presentarsi senza un fiore o un sassolino o una foglia da lasciare alla sua mamma.

“Liath O’ Heart, Sidhbri 1863 – Sidhbri 1893.”

Dana appoggiò il fiore paffuto, bianco, setoso e profumato sulla terra umida e restò a guardare quella scritta incisa nelle venature del tasso. Ciò che più le mancava era il sorriso di Liath.

Tornò a quel maledetto giorno.

“Mamma sono qui, svegliati” le aveva detto scuotendola come se potesse strapparla alla morte; né la pelle fredda né il silenzio in risposta convinsero Dana dell’accaduto, la accarezzò e vide i denti erano coperti, la bocca socchiusa, Liath non avrebbe mai più sorriso. La sua mamma era morta.

Il profumo di fiori arrivò puntuale ad asciugarle le lacrime;capitava ogni volta che gli occhi si inumidivano di solitudine, frustrazione, tristezza o paura.

“Sarà meglio che vada, mamma. A domani” lanciò un bacio e andò via, oltre il cancello, seguita dal familiare senso di abbandono reciproco.

Nel giorno in cui ha inizio la nostra storia Sidhbri festeggiava laVeglia d’Inverno. Sin dalle prime vergini luci del mattino tutti gli abitanti, grandi e piccini, erano in fermento per i preparativi. Per il dedalo di vicoli lastricati di ciottoli c’erano cesti di dolcetti davanti a ogni uscio, ceri in ogni dove avrebbero rischiarato la notte e zucche dal sorriso malefico, illuminate dall’interno,decoravano i davanzali delle finestre e i cornicioni dei muretti.Quella notte il velo che divide il mondo dei vivi dal Regno dei Morti sarebbe calato.

Fantasmi sotto gli archi in pietra, streghe dalle facce verdi agli angoli delle strade con le loro vecchie scope in saggina, vampiri assetati di sangue e creature della notte dalle facce orripilanti si aggiravano in numero sempre maggiore col passare delle ore. La fragranza della festa presto colmò l’aria, sapeva di pane caldo, vin chaud, castagne sul fuoco e pannocchie abbrustolite. Il cicaleccio delle persone oltrepassava le mura, gli scherzi dei bambini risuonavano come musica. Nel giorno in cui si festeggiava l’inizio dell’inverno e il ritorno dei morti la vita brulicava nelle vene dei Sidhbriani con paradossale ironia.

Dana era entusiasta, l’arrivo puntuale del freddo pungente non la preoccupava, amava la stagione invernale e l’odore di neve ne anticipava la venuta; la neve era magia bianca, legata a un vago ricordo di felicità infantile anche se nella sua bizzarra testolina non v’era nemmeno un’immagine che potesse provarne la veridicità.

“Buongiorno, Mastro Van!” disse sbattendo i piedi sul tappetino per scrollasi i brividi di dosso.

“Buongiorno, Dana. In giro presto anche oggi?” salutò il fornaio con un sorriso carezzevole pulendosi le mani infarinate sul grembiule bianco di bucato.

“Avevo una commissione da fare” spiegò Dana affacciandosi in punta di piedi al di là del banco in legno, amava guardare le pagnotte esposte in ordine nei cesti in vimini, i ninnoli appesi alla parete, le note per gli ordini e l’omone che si muoveva con disinvoltura nel ristretto spazio tra il banco e la merce.

“Come sta Sabh, eh?” chiese Mastro Van infilando due pagnotte ancora calde in un sacchetto di carta bruna.

“La nonna sta bene, mi sono offerta di fare la spesa mentre lei si occupa della casa.”

“Brava bambina” disse Mastro Van porgendole il sacchetto fumante,“Lascialo leggermente aperto…”

“Altrimenti il pane si sforma” lo anticipò Dana col sorriso birichino che metteva in mostra i suoi incisivi sporgenti. “Grazie Mastro Van, a stasera!” Uscì di tutta fretta lasciando dietro di sé il tintinnio del campanello.

Corse fino alla piazza, svoltò in un vicoletto alla sua destra passando per una scalinata deformata dal tempo, salutò ora con un cenno della mano ora con una parola affannata tutti quelli che incontrò per strada fino a fermarsi davanti alla porta verde smeraldo della latteria.

Il profumo di formaggio riempiva la via. Ben piantata su due piedi inspirò a occhi chiusi prima di entrare.

“Buongiorno, Maria!” esclamò chiudendo la porta dietro di sé per non far penetrare il gelo, Maria non lo amava, non quanto lei almeno.

“Buongiorno, Dana. Anche tu qui per la tua forma di Bruss?”domandò allegra la lattaia, una donna giovane dalle braccia robuste e la vita stretta, con una cascata di capelli neri ricci raccolti in una treccia e nascosti sotto la cuffia merlettata.

“Sì, oggi la nonna ha detto di prenderne una forma intera” Dana saltellava sul posto,osservava tutto con rinnovata curiosità, canticchiava, non sapeva come contenere l’emozione: con Sabh avrebbero mangiato pane,formaggio e zuppa di zucca. Dopo le faccende domestiche sarebbero scese mescolandosi con gli altri per assicurarsi i posti migliori al centro della piazza dove a turno gli adulti avrebbero raccontato Le paure: storie di streghe, fantasmi, sparizioni misteriose, spiriti tornati dal mondo deiFurono.Anche la sua mamma faceva parte di quel mondo ormai e Dana voleva sapere il più possibile su di loro.

“Non sarà troppo pesante?” chiese Maria lasciando sul tavolo pieghevole il Bruss incartato con cura.

Dana tornò al presente con un balzo vertiginoso dalle sue fantasie:“No, torno subito a casa, il tempo vola oggi”, rispose facendosi forte nel prendere la forma di formaggio e sistemarla sotto il braccio; si piegò leggermente per il peso ma subito drizzò la schiena per non darlo a vedere. Riprese il sacchetto di pane avendo cura di lasciare il foro d’uscita per il vapore e diede appuntamento per la sera così come aveva fatto con Mastro Van. Uscì a passo svelto dalla latteria non senza accertarsi che la porta fosse ben chiusa, “Mai dimenticare le buone maniere” le diceva sempre la mamma.

La casa di Sabh era arroccata alla fine di una strada in salita ai confini occidentali di Sidhbri. Dana sbirciò da una delle finestre a sesto acuto, scostando di poco le zucche, e scorse la nonna intenta a cucinare. L’acquolina fece capolino e salì a saltelli i tre gradini che la separavano dalla porta sorreggendosi con una mano alla rustica ringhiera di betulla; mancò due volte la serratura prima di riuscire a inserire la chiave e girarla nel chiavistello.

“Nonna, sono tornata!” , gridò battendo i piedi sul tappeto.

“Non c’è bisogno di urlare, bambina mia. Sono qui.”

Sabh aveva un viso dai lineamenti spigolosi, magra e slanciata come la figlia Liath, i capelli argentati e lisci, raccolti in una lunga treccia sempre ordinata, gli occhi sapienti e malinconici che raccontavano un passato andato via troppo in fretta. Dana avrebbe voluto essere come lei e invece aveva sempre i capelli arruffati e ribelli, i gesti sgraziati, i movimenti maldestri, l’unica eredità era amare la lettura e leggere molto bene, oltre il naso all’insù.

“Ecco il pane e il formaggio”, annunciò appoggiando con fatica i due sacchetti sul tavolo della cucina, “Che dolce profumo!” disse puntando il naso all’aria a occhi chiusi come se potesse mangiare quell’odore che impregnava ogni angolo della piccola casa.

“Mele caramellate con cannella!” Sabh soddisfatta, giunse le mani in grembo prima di riprendere a mescolare lo zucchero che avvolgeva le mele facendosi sempre più denso, una spolverata di cannella e continuò a girare assorta in chissà quale pensiero.

Dana aspettò che fossero pronte andando a scaldarsi davanti al camino seduta sul tappeto ai piedi della vecchia poltrona deformata mentre fuori la pioggia iniziò a picchiettare sui vetri delle finestre.

Non esiste al mondo un solo bambino che sappia aspettare. Il tempo rallenta mentre la gioia sfrigola sotto la pelle, le lancette ritardano a far dispetto e ogni tic tac si fa beffa del povero sventurato in attesa. Fu così anche per Dana. La nonna l’aiutò a indossare il vestito da strega cucito con le sue mani e finalmente si avvicinò all’appendiabiti per prendere il suo pastrano.

“Streghetta, copriti bene! Fuori ci sono raffiche di vento e ha piovuto per tutto il pomeriggio.”

Uscirono accolte dal tramonto di cotone caramellato oltre la vallata.Dana saltellava poco più avanti; attraversarono il borgo passando per vie, viottoli, curve, salite e discese finché raggiunsero la piazza principale dove la gente stava giungendo in gruppetti, ognuno con qualcosa da offrire ai compaesani. Sabh aveva preparato un dolce alla marmellata di fragole simile a uno strudel tondo. Le donne imbandivano i tavoli disposti l’uno accanto all’altro per tutta la lunghezza del lato nord del piazzale, alcuni uomini sistemavano gli ultimi addobbi, altri trasportavano i barili di vino mentre i bambini correvano per tutto il perimetro dello slargo incuranti del maltempo:era la Veglia d’Inverno e per loro significava restare svegli fino a tardi, mangiare dolci senza rimproveri, giocare sotto una coperta di stelle, sgranocchiare pannocchie abbrustolite sul fuoco e caldarroste  crepitanti.

Per gli adulti era un momento di svago, unione e pettegolezzo ma soprattutto era il momento in cui le proprie paure venivano affrontate con più leggerezza perché non erano soli nel buio dei loro orrori. Erano paure infantili, quelle a cui un adulto non deve credere se non vuole essere additato come ignorante, blasfemo o allocco. Ma la maggior parte di loro – mamme, papà, nonni, zii, lavoratori, maestri, pastori, contadini – credevano.

Il tramonto lasciò spazio al crepuscolo che a sua volta si dissolse nelle tenebre spezzate solo dalla luce tremolante delle lanterne, dei ceri e delle zucche. Le ombre si allungarono sulle pareti assumendo forme sinistre, le storie presero vita facendo accapponare la pelle alle signore, rizzare i capelli ai signori (che cercavano di mantenere un certo contegno virile) e stringere i bimbi tra le braccia dei genitori.

“Nonna devo andare in bagno”, bisbigliò Dana.

“Vai in quello della locanda” disse la nonna assorta dalla storia di una nobildonna accusata di stregoneria nel 1587 e arsa al rogo due mesi dopo la sentenza ottenuta con un processo fasullo. Si narrava che la dama tornasse ogni anno nel giorno della sua condanna per tormentare le anime di coloro che ne avevano decretato la morte.

Dana si alzò e andò nella locanda a passo svelto. Al suo ritorno vide i musicisti posizionati sul palchetto, gli adulti si stavano portando attorno al falò per dare inizio alle danze, quelle che secondo la tradizione avrebbero fatto incontrare i cari defunti. Scorse la nonna parlare con Maria sorseggiando del vin chaud, decise di raggiungere i bimbi che si intrufolavano tra i danzanti quando l’intenso profumo di fiori la investì. Guardò in giro, non c’erano fioriere nelle vicinanze,nulla da cui potesse scaturire quel dolce profumo e non era triste,curioso evento, pensò.

Da dove proveniva? Controllò la via alle sue spalle,era illuminata da pozzi di luce che si alternavano a strisce oscure.Si avviò per di là ma il profumo divenne flebile, allora tornò sui suoi passi, a sinistra c’era la via sterrata che portava in una zona ormai disabitata del villaggio; era stata la dimora della Caillaeach Bheur, la vecchia donna divina, costretta a fuggire perché ritenuta colpevole della carestia che colpì Sidhbri nel XVI secolo. Si avvicinò e il profumo si fece vivo, era come inseguire un foulard di petali trasportato sulle ali del vento. Sapeva di non dover percorrere quella strada, una targa illuminata da un lanternino arrugginito recitava “Un tempo credevasi luogo di streghe”, al solo pensiero i nervi si incresparono dalla paura, ma la curiosità vinse sul buon senso.

La piccola Dana si strinse nel suo pastrano, alzò il cappuccio sulla testa e seguì il profumo di fiori.

Si addentrò nel bosco dicendo a se stessa: “Un ultimo passo e torno indietro” ma a ogni metro guadagnato ne seguiva un altro.Attorno a lei il buio si infiltrava nel fitto della vegetazione, ma poi tutto cambiò.

Non era il cielo azzurro, ma la luce stessa che avvolgeva ogni cosalo era, disperdendo l’oscurità ai lati del sentiero. Gli alberi si piegavano ai capricci del vento, strattonati a destra e poi a sinistra, costretti a seguire una danza frusciante di cui nessuno conosceva i passi. Una mandria di nubi galoppanti fatte di fumo passò sopra le fronde che nascondevano Dana alla Luna.

Era tutto reale eppure a Dana parve di essere stata catapultata in un’altra dimensione, l’aria era rarefatta al punto che iniziò a faticare nel normale respiro.

La terra bagnata dalla pioggia pomeridiana attutiva lo scalpiccio di Dana sul tappeto di foglie secche che nascondevano la mulattiera, la piccola bambina continuava a seguire quel profumo ipnotico senza più badare al suo cammino.

In quello stato, Dana non si accorse di quanto tempo aveva camminato, dietro di lei il vialetto appena percorso svaniva in una nebbia fitta, diversa da quella che Dana conosceva, era palpabile e sembrava osservarla.

Il casolare abbandonato comparve all’improvviso, svettava imponente davanti a Dana, con le finestre sbarrate da assi di legno, il muschio sulle pietre e il tetto cascante – il contenitore di tutte le tenebre del mondo lasciato scoperchiato – oltre c’era il vuoto, un dirupo che finiva a picco nel torrente Famin.

Il profumo prese corpo facendosi più deciso, un senso di vertigine rapì Dana che cadde in ginocchio con un tonfo sul terreno impregnato d’acqua. Il vento fischiava oltre il nulla intrufolandosi tra le pieghe dei vestiti, Dana provò a proteggersi dal freddo che penetrava nelle ossa; tutto in quel posto era diverso da ciò che conosceva, più intenso, vivo come se ogni elemento avesse un’anima propria.

Si rialzò, pulì le mani sul suo pastrano “Accidenti la nonna mi sgriderà” sussurrò. Per andar via avrebbe dovuto rivolgere le spalle al casolare, i piedi erano inchiodati al suolo dal terrore. Prese coraggio, alzò lo sguardo verso quell’ombra di pietra e fango e trasalì.

Si costrinse a non chiudere gli occhi, non voleva che la visione singolare svanisse, per lo stesso motivo non le si avvicinò.

“Mamma”, sibilò. In risposta un sorriso: i suoi denti!

Liath era davanti a lei in mezzo al nulla, quante volte aveva immaginato questo momento? Aveva passato tutte le notti prima che il sonno la raggiungesse a immaginare il loro incontro dopo la morte, a sperare di rivederla in sogno, e adesso?

Era esattamente come la ricordava sin nei minimi particolari, quelli nascosti nella memoria che riaffiorano solo nei sogni. Bellissima, con i capelli legati in una coda morbida, il sorriso elegante tra due labbra sottili, le mani affusolate e gli occhi nocciola in cui Dana si era sempre riconosciuta.

Tutto quello che avrebbe voluto dirle morì tra il petto e la bocca,le parole avrebbero ridimensionato i suoi sentimenti come chiudere un mondo in un seme, allora fece l’unica cosa che allontanava le paure,abbracciò la sua mamma e iniziò a piangere.

“So leggere le lacrime, bambina mia” disse la madre stringendola forte a sé.

Dana continuò a piangere tutte le parole che aveva tenuto dentro perché non c’era stato più nessuno a cui dirle, quelle scuse sussurrate alla terra fredda, i rimpianti urlati alle pareti sorde, i ti voglio bene muti, le feste monche, i regali mai scartati, i guai della solitudine, i traguardi non condivisi, il perdono, i chiarimenti, le occasioni mancate. Si lasciò cullare tra le braccia di Liath, le nocche delle mani bianche per la stretta sui suoi vestiti, aveva paura di non vederla più se avesse riaperto gli occhi.

“Mi manchi” disse Dana singhiozzando sui seni che l’avevano nutrita.

“Lo so”, rispose Liath accarezzandole i capelli per portarli dietro le orecchie.

Dana smise di piangere: la madre sapeva.

Quelle due parole piccole, stringate, brevi arrivarono come una tempesta a spazzare i sensi di colpa di Dana, il peso nel giovane cuore della piccola svanì trasformandosi in un battito d’ali di farfalla.

La madre sapeva.

“Non abbiamo molto tempo, devi ascoltarmi Dana” disse Liath cercando lo sguardo della figlia.

“Come no? Tu sei qui, non ti lascerò andar via di nuovo!” esclamò lei aggrappata alla pelle della mamma sotto i vestiti.

Liath le rivolse uno sguardo colmo di comprensione e determinazione.

“Dana, tu sei la mia eternità. Io vivo in te, quindi vivi, alzagli occhi al cielo, contempla le stelle, corri sulla spiaggia d’inverno, bagnati i capelli sotto la pioggia, cammina a piedi nudi sui prati e sdraiati sulle foglie secche, sii curiosa, festeggia il Natale, nuota nuda nel mare, sii libera, ridi fino alle lacrime e ama figlia mia, ama te stessa come ti amo io, ama gli altri e lasciati amare.”

Tornò il silenzio, una carezza calda le asciugò il viso, Dana avvicinò la guancia alla spalla per trattenere la mano.

“Promettilo.”

Dana annuì.

“Ho bisogno di te.”

“Lo so bambina mia” disse occhi negli occhi, “È ora di andare.”

La mamma sistemò il pastrano della figlia, indugiava sulle pieghe rubando tempo al tempo per rimandare l’inevitabile. Ripercorsero la strada al contrario, Dana camminava a passo lento memorizzando ogni lineamento, ogni ruga d’espressione, ogni sua parola.

“Ricorderò la tua voce? Ho paura di scordare mamma.”

“Non temere, cercami nei sogni, io arriverò.”

La musica, dapprima lontana e confusa, divenne sempre più nitida e udibile; le urla dei bambini si fecero più vicine unendosi troppo presto al chiacchiericcio delle persone e allo scalpiccio delle danze. Più si avvicinavano alla vita, più la madre perdeva consistenza, i bordi non erano più nitidi, tremolavano confondendosi con l’aria, le mani non erano più calde e la voce risuonava lontana finché giunte all’imbocco della via, sotto la targa ammonitrice illuminata dalla lanterna, si fermarono.

“Cosa c’è?” chiese Dana accorgendosi di non stringere più la mano della madre ormai sfumata.

“Lo sai, io non posso venire.”

Dana avrebbe voluto protestare, ma non lo fece.

“Sarai felice, mamma?”

“Se lo sarai tu”, rispose affabile. “Io sono i fiori.”

“No! Mamma, mamma!”, urlò Dana in preda alla disperazione.

Liath sparì come era comparsa. Dana non si mosse, il profumo dei fiori la avvolse. Era andata via restando lì con lei. E Dana capì,anche la prima volta aveva fatto così, non l’aveva mai lasciata davvero. Stordita, si avviò verso la piazza promettendo all’universo che avrebbe vissuto per entrambe senza rimpianti.

La nonna era ancora impegnata con Mary, la gente danzava, il tempo sembrava non essere trascorso per gli altri.

“A cosa devo questo?” chiese Sabh quando Dana l’abbracciò, lei rispose con un sorriso, l’aveva imparato dalla mamma e insieme si unirono all’ultima danza della veglia d’Inverno circondate dai fiori, una credenza per molti, una verità per pochi. La realtà per Dana.


Ecco dove potete trovare Gaëlle: Instagram @libri.fralenuvole

Gli altri due racconti vincitori: Cibo, morte e cenacoli & 4 Mura

A presto,

Gloria 

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24 pensieri su “Tre racconti per… – La veglia d’Inverno di Gaëlle Bottalico

  1. Giuseppe Ferrara ha detto:

    Il racconto mi piace ma ho una piccola riserva sull’incipit (“La piccola Dana correva tra i viottoli medievali di Sidhbri…”) e l’incipit, come si sa, è molto importante.
    Quando la piccola Dana correva, i viottoli non potevano essere…medievali. Voglio dire : gli abitanti di un certo periodo della storia umana non sapranno come “questa” verrà designata dai posteri quando diventerà quella.
    E’ un errore molto frequente in letteratura quello di usare termini non contemporanei all’azione che si sta svolgendo…

    Piace a 1 persona

  2. Anonimo ha detto:

    “La veglia d’inverno ‘è un racconto in cui l’ autrice ha saputo regalare emozioni forti con la mescolanza di elementi fantastici con sentimenti reali che tutti proviamo. Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono tanto chiare quanto minuziose al punto da far immedesimare il lettore con i personaggi del tempo. Lettura scorrevole, coinvolgente ed emozionante. Mi è piaciuto molto.

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