© Editor Gloria Macaluso

Tre Racconti Per… – 4 Mura di Chiara Saibene

La passione per la scrittura può nascere per caso e così accade alla protagonista del racconto di Chiara, in una situazione più che paradossale, dopo una vita di sacrifici. Eppure quando scriviamo non abbiamo bisogno di molto, né di programmi sofisticati, né di grandi ispirazioni: bastiamo noi, con i nostri pensieri, gioie e sofferenze.

La sveglia è alle sette. Non capisco la necessità di un’ora così precoce. D’altronde, è straordinario come la monotonia sia in grado di inghiottire le ore una dopo l’altra a velocità impressionante. La giornata sembra lunga, eppure ogni volta si esaurisce in fretta. Mi alzo, le mie ossa scricchiolano. Giovanna, la mia compagna di stanza,scivola giù dal suo letto e come ogni giorno commenta: «Odio la mattina», mentre si strofina il viso assonnato. Io non le rispondo,tanto non mi ascolterebbe. Mi chino in avanti, cercando di toccare il pavimento con le dita e i capelli mi si riversano sulla nuca, calando sui miei occhi come una tenda. Aspetto qualche secondo, poi mi risollevo lentamente, le vertebre si riassestano. La colazione è alle sette e mezza e non c’è risveglio in cui non abbia fame. È sempre stato così, anche quando ero sposata. Il mio corpo è come una macchina vorace che ha continuamente bisogno di benzina.

Giovanna inizia a dare segni di vita solo quando raggiungiamo la mensa,pervasa dal brusio del mattino, dai tintinnii dei bicchieri e delle posate, da quel vago sentore di caffeina e sfoglia. Ci sediamo difronte a Stefania. Stefania è… probabilmente mio marito l’avrebbe definita una tamarra. A me non dispiace, anche se è un po’ esagerata nei modi. Ha più di cinquant’anni e si atteggia come se ne avesse quindici; si è tintale punte dei capelli biondo spento di viola, muove la mascella mentre parla come se stesse perennemente masticando un chewin gum in generale sembra essere rimasta ferma a un concerto dei Beatles degli anni Sessanta.

«Ehi,Terry», mi saluta quando poso il mio vassoio. Un’altra sua abitudine è quella di aggiungere un tocco di anglofonia a ogni cosa che si possa essere storpiata. Non solo la sua conversazione abbonda di babysisterpeacecome on, ma le piace anglicizzare anche i nomi: il mio Teresa è diventato Terry, Giovanna Giò. Anzi, per dirla tutta, dovrei scriverlo Jo. A me Terry sembra il nome di una spacciatrice di un poliziesco americano, ma non me la sento di correggerla. Se a lei fa piacere, la lascio fare.

«Ciao, Stefania. Dormito bene?»

«Al solito».

Non ho mai capito che cosa significhi esattamente questa risposta, ma la accolgo con un sorriso gentile, e sorseggio il mio caffè tiepido. Ho esagerato con lo zucchero e mi lascio sfuggire una smorfia. Giovanna sta assorbendo la sua caffeina senza dire una parola, semplicemente fissando il bordo del vassoio.

«Quanto ti manca?», domanda Stefania, e sul momento non capisco che si sta rivolgendo a me.

«Scusa?»

«Al tuo nuovo libro», mi specifica, e io scuoto le spalle. «Lo voglio leggere, appena è pronto, capito? Ci sono rimasta male l’ultima volta, è finito malissimo».

«Non molto», rispondo vagamente. Non è la prima a dirmi che la mia ultima pubblicazione ha avuto un finale brutto, anzi, tutte le mie storie sono allergiche al lieto fine. Non lo faccio apposta,semplicemente mi escono così.

«E come dovrebbe finire?», grugnisce Giovanna dalla profondità della sua tazza, «Cosa ti aspetti che scriva, di storie d’amore e famiglie felici? Guarda in che posto è adesso».

Stefania la guarda torva.

«Ti stupirà, ma è meglio qui di dove stavo prima», commenta, un accenno di sfida nella voce.

«Non ne dubito», risponde Giovanna, e anche i suoi occhi iniziano ad accendersi.

Dovrei intervenire per calmarle, ma non ho voglia di discutere, anche perché interiormente do ragione a Giovanna, ma non voglio prendere posizione per non offendere Stefania. Respiro a fondo, concentrandomi sulla sensazione dell’aria che penetra nelle mie narici e discende lungo lamia trachea. Da quando sono qui ho letto moltissimo e mi sono appassionata alle tecniche di respirazione per controllare lo stress.A volte mi sembra che funzionino, altre ho l’impressione che la rabbia che mi scorre nelle vene sia incontrollabile, e che prima o poi mi brucerà dall’interno. Ma non posso farci nulla, non ha senso angosciarsi per ciò che non si può controllare – questo l’ho letto su qualche libro di self-help– e allora scrivo. Non ho pretese di chiamarmi scrittrice,scrivo perché non ho altro da fare, prima o poi i miei pensieri torbidi verranno fuori e allora tanto vale plasmarli con le parole,prima che decidano di manifestarsi sotto forma di un infarto o un ictus mortale. Dovrei superare il mio orgoglio ferito e il senso di ingiustizia e affermare che sono fortunata. Ho accesso a un computer due volte alla settimana e posso navigare su internet purché i siti che voglio visitare siano precedentemente approvati. Io ne frequento solo uno, e ormai Elena lo sa, e mi lascia fare senza mai interrompermi, anzi, a volte mi segue con sguardo curioso, e mi fa domande su quello che scrivo. Evidentemente la mia scrittura piace.Mi sono iscritta a uno di quei siti che permettono di pubblicare delle storie e anche di metterle in vendita, incredibile quanti ce ne siano, quanto sia diventato facile far conoscere al mondo i tuoi pensieri, e nessuno che si domandi se in effetti al mondo interessa quello che dici. All’inizio l’ho fatto così, giusto per provare. Ho creato un indirizzo e-mail apposito per l’iscrizione e come indirizzo di casa ho inserito quello in cui abitavo quando ero sposata. Non ho messo un prezzo di vendita, non mi sembrava giusto chiedere denaro per qualcosa che ai miei occhi era solo uno sfogo personale che non avrebbe risvegliato l’interesse di nessuno. È stato con stupore misto a diffidenza che mi sono accorta, dopo un paio di mesi, che avevo raggiunto oltre 70.000 visualizzazioni e che il mio racconto era stato scaricato 27.569 volte. Ricordo ancora la mia bocca semi aperta, la mano esitante sopra al mouse. Elena aveva sbirciato oltre la mia spalla e aveva commentato: «Se l’avessi messo in vendita a un euro, ora avresti guadagnato più di 27.000 euro,stupida! Il prossimo fallo pagare», aveva aggiunto.

«Non ci sarà un prossimo», avevo risposto io, dubbiosa.

«Certo che ci sarà», aveva replicato lei, «Hai altro da fare?»

Ne è nata un’attività costante. Non pretendo di avere particolare fantasia, non sono in grado di tessere trame complicate, di creare personaggi o intrecciare intrighi intrisi di colpi di scena,semplicemente scrivo quello che penso, e cerco soprattutto di essere onesta. Onesta. Sembra quasi un insulto, ora. Essere onesta mi ha portato proprio qui, in questo momento, a sorseggiare questo caffè tiepido, e mi chiedo se le virtù decantate dell’onestà esistano davvero o se siano solo un inganno per sottrarre gli artigli a chi non è sufficientemente motivato da usarli.

Giovanna si sta svegliando del tutto, e con lei anche una buona percentuale della mensa. Il mormorio si sta facendo più intenso mentre il rumore delle stoviglie si affievolisce.

Per un momento, fisso il fondo di caffè rimasto nella mia tazza. Mi concentro di nuovo sul respiro e chiudo gli occhi. Cerco di vedere il lato positivo. La scrittura è un lato positivo: nella mia vita matrimoniale non avrei mai avuto tempo per scrivere, o anche solo per pensare di dedicare del tempo a un’attività non prettamente utile.Se ci ripenso, mi rendo conto di quanto anche quella vita fosse monotona, ma era una monotonia piena di impegni e scadenze, mentre questa è una monotonia del vuoto, scandita da un correre diverso,che non porta da nessuna parte. Ripenso alla laurea in belle arti, a quanto all’epoca sembrasse un risultato di cui andar fieri, di quanto l’idea di una formazione culturale illuminasse il mio ego di auto-compiacimento. Ripenso a come le illusioni dei tempi universitari siano svanite con il matrimonio, a come la vita quotidiana abbia fagocitato tutto, giovinezza, ambizioni e pretese.Ripenso a quello che mi è rimasto: un matrimonio fallito, un marito fuggito che ha lasciato un debito a mio nome di 500.000 euro, una condanna per frode ed evasione fiscale, un’età in cui si è troppo vecchi per ricominciare ma ancora troppo giovani per sentirsi in diritto di rinunciare. Ripenso a Tommaso, a come mi ha abbandonata senza rimorsi dopo aver svuotato le ultime due carte di credito, a come se ne è andato voltando le spalle a diciassette anni di vita condivisa e togliendomi quello che rimaneva della mia.

Quando sono arrivata qui e ho conosciuto Stefania, lei mi ha rimproverato non appena le ho raccontato la mia storia: «Dovevi andartene subito», mi ha detto, «Dovevi fare come fanno tutti, scappare da qualche parte. Se ci sono di mezzo dei soldi non ti guarda in faccia nessuno». Scappare dove?,mi sono domandata. Però forse Stefania ha ragione, la mia speranza di essere assolta si è dissolta come fumo al vento, i debiti erano a nome mio e la mia ignoranza non era una scusante, anzi, era un’aggravante, la solita moglie stupida che si fa fregare dal marito.

Inspiro, espiro, inspiro, espiro. La mia onestà mi ha portato a pagare i debiti di qualcun altro e la rabbia per l’ingiustizia mi bolle dentro come una padella d’acqua abbandonata su un fuoco acceso. E dire che non ho mai fatto nulla, nella mia vita, che meritasse rimprovero.Magari nemmeno una lode, ma di certo non una critica aperta.

«Terry?», mi sento chiamare. Apro gli occhi e Stefania mi sta fissando, le sopracciglia un po’ arcuate in segno di scetticismo come ogni volta che pratico una delle mie tecniche antistress. Il suo vassoio è sparito e anche quello di Giovanna. Mi accorgo solo ora che la mensa è vuota e che siamo rimaste solo noi tre. Qualcuno mi colpisce delicatamente a una spalla. Mi volto e vedo Elena in piedi dietro di me.

«Coraggio, Teresa, è ora di andare.»

Elena è la persona meno adatta a questo lavoro che io conosca: le sue guance rosee, la treccia bionda e i fianchi abbondanti mal si abbinano alla pistola e al manganello che porta alla cintola. Abbasso lo sguardo sul mio vassoio, sono l’unica che deve rimetterlo ancora a posto.

«A cosa stavi pensando?», mi chiede Elena, accompagnandomi verso la rastrelliera, non tanto perché mi percepisce come una minaccia, più che altro perché è curiosa. Credo che mi trovi simpatica o forse le suscito solo pena.

«Al mio nuovo libro», mento, sapendo però di farle piacere.

«Oh, non vedo l’ora che lo pubblichi», esclama con sincero entusiasmo,«Poi mi devi fare l’autografo, eh?»

Sorrido, incapace di trattenermi di fronte a quel paradosso, la guardia carceraria che chiede a un carcerato di farle l’autografo. Poso il vassoio e mi volto verso l’uscita della mensa.

Elena mi parla ancora, ma non la sento. Mi incammino con Giovanna eStefania, siamo tutte e tre addette alla cucina, oggi. Penso che forse la differenza con il prima non è poi tanta, anche a casa passavo le giornate a lavare, stirare e cucinare, e qui più o meno è lo stesso e non mi devo nemmeno preoccupare di come vestirmi. Improvvisamente la considerazione di Stefania non mi sembra più così sbagliata. Il mio sangue smette di ribollire e per un momento mi sento calma. Oggi è giorno di computer, e potrò continuare ascrivere. Penso che almeno qui ho creato qualcosa che rimarrà,qualcosa che tocca la vita delle persone, e forse lascerà un segno,anche se minuscolo. Penso a come la vita sia strana, a come le aspettative siano arroganti, a come le certezze siano friabili. Penso agli amici che non ho avuto, a quelli che sono svaniti quando ho smesso di invitarli a cena, alle poche telefonate che ho ricevuto,più per curiosità sul grande scandalo che non per effettivo interessamento nei miei confronti. Con la coda dell’occhio sbircioStefania e Giovanna, ed Elena dietro di loro, e penso che è paradossale: ho più amici qui tra queste quattro mura che fuori all’aperto. Nessuno mi ha mai chiesto nulla che riguardasse me, nella mia vita normale, e ora, qui, vedo bene come ero qualcuno in funzione di Tommaso, di come non sia mai stata Teresa, ma solo la moglie di Tommaso.

L’odore di vapore, acqua calda e detersivo ci investe, mentre entriamo nelle cucine. Dobbiamo lavare gli stessi piatti che abbiamo usato a colazione e in effetti è esattamente come quando ero sposata conTommaso, anche a casa ero io che sparecchiavo e poi lavavo, nessuno si è mai sognato di mettere in dubbio questa abitudine. Indosso i guanti, prendo la spugna. Penso che forse qui ho più libertà di quanta ne avevo fuori, qui i miei pensieri sono liberi di frullare come vogliono, di sedimentarsi in parole senza nessuno che mi giudichi, e posso chiacchierare con Giovanna, e ridere con Stefania,e poi passare al laboratorio di cucito, e poi andare in biblioteca, eleggere senza limiti di tempo, la giornata scandita dai pasti e dalle attività programmate. Ma in fondo, che differenza c’è rispetto a prima? Non sono le giornate sempre uguali, non siamo alla fine topi in un labirinto? Dov’è la libertà? Penso che di vita ce n’è una e che tutti sono convinti di essere liberi, ma poi fanno le stesse cose: scuola, forse università, la caccia al lavoro, il matrimonio e forse i figli; poi, se sei stato bravo, ti puoi godere la vita,quando le tue ossa sono stanche e la volontà si è usurata. Forse sono stata io, proprio io, la più originale. Ho deviato dal percorso comune, ho fatto qualcosa di diverso, o meglio, qualcosa di diverso mi è capitato, ma è davvero così male? Strofino con forza i piatti, l’acqua che scorre accoglie i miei pensieri come una barca che scivola lungo un fiume. Penso che questa giornata, dopotutto,sarà mia e soltanto mia.

Leggerò qualcosa di nuovo, scriverò nuovi pezzi di immortalità, accudirò pensieri neonati che non appartengono a nessun altro, perché qua c’è solo Teresa, Teresa e basta, forse Terry. E poi coprifuoco alle dieci, perché la sveglia domani è alle sette.


Ecco dove potete trovare Chiara: Facebook; Twitter del blog; Blog; Il Mio Libro e Instagram come @claryrules

Gli altri due racconti vincitori: La Veglia d’Inverno & Cibo, morte e cenacoli

A presto,

Gloria

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199 pensieri su “Tre Racconti Per… – 4 Mura di Chiara Saibene

  1. Massimiliano ha detto:

    Se sono ancora in tempo a votare scelgo il racconto 4 mura ho trovato la lettura interessante e diversa come delle scatole cinesi che dalla più grande arrivi alla più piccola con un finale non scontato anzi rimane aperto alla fantasia del lettore

    Piace a 2 people

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