Editor Gloria Macaluso

Una Giornata da scrittrice – le avventure

Sento il bisogno di mettere in pericolo me stesso ogni tanto, afferma l’attore e produttore cinematografico Tim Daly A voi è mai capitato? A volte, e nei momenti più impensabili, il mio cervello, o chi per lui, invia segnali di pura e pratica follia al resto del mio corpo. Mi metto a saltare all’improvviso, oppure immagino di sterzare il volante per finire in mezzo a un bel campo di papaveri. Non sono problematiche suicide, ve lo garantisco, ma spaccati di incontrollabile euforia mista a qualche altra sostanza chimica prodotta dal mio organismo.

Insomma, ogni mia cellula mi sta comunicando che è ora di dare un taglio alla routine e io mi ribello, ovviamente, perché alla mia quotidianità sono molto affezionata.

Ma la necessità di vivere qualcosa di nuovo diventa prorompente, e alle necessità si può dire di no solo poche, pochissime volte. Perciò, armata di coraggio e buona volontà, mi concedo uno strappo alla regola e cerco quella che infantilmente chiamo avventura

Non pensate che sia mai saltata già da un burrone appesa a una corda elastica, no. A dire la verità non riesco nemmeno a superare gli scogli nell’Adriatico, probabilmente a causa delle terrificanti storie sugli squali che mio padre mi raccontava da bambina. Una volta, ed ero già abbastanza grande, sempre quel birbone di mio padre mi disse che le quattro frecce accesse della macchina significavano che l’intero veicolo stava per esplodere. Il giorno dopo mi lasciò in divieto di sosta e vi lascio immaginare cosa accadde. Ma non è questo il punto.

Ognuno di noi ha bisogno di mettersi in gioco e uscire dalla propria comfort zone, per usare il tanto amato termine british. Questo mi ha aiutata molto nella scrittura: fare esperienze nuove, seppur piccole o di breve durata, apre la mente ad altrettante nuove idee e, almeno per quanto mi riguarda, la assiste durante la scrittura.

Per questioni di praticità d’esempio, farò una lista delle mie ultime elettrizzanti esperienze e ciò che da esse sono riuscita a estrapolare, ingerire e sputare sulla carta.

– NEVICATA

Mi piace la neve, da lontano e preferibilmente dietro una finestra appannata dal tepore del camino. Una visione abbastanza comune, per quanto ne so. Non ho mai giocato con la neve, né ho mai scolpito un pupazzo con sciarpa e naso di carota. Non mi piacciono i piedi gelati e le mani fradice. La neve la voglio solo a Natale, come sfondo per il cenone o per lo spacchettamento dei regali.

Fatto sta che quest’anno, nell’ultima settimana di grondanti fiocchi bianchissimi, mi sono ritrovata nel bel mezzo della bufera, completamente contro la mia volontà. Il cielo era talmente bianco che faticavo a tenere gli occhi aperti e la dolce pianura di frumento del quale odore sono follemente innamorata era diventata una distesa di schiuma polare. Se per disgrazia ispiravo prepotentemente, sentivo le narici trafitte da milioni di minuscoli spilli.

A un certo punto, la piccola combriccola che mi teneva compagnia ebbe la brillante idea di fare una scampagnata sull’argine del fiume. Impacchettati come regali in giubbotti di simil – plastica, tutti quanti si misero a lanciarsi dalle ripide discese. Tutti quanti tranne me, che non ne volevo sapere di prendermi una polmonite. Stavo in disparte, con gli occhi ridotti a due fessure, a maledire l’ora in cui avevo deciso di mettere un piede fuori di casa. Furba come una volpe, la mia migliore amica mi assestò una spinta tra le scapole e volai giù, con la grazia di un elefante. Risero tutti, nessuno escluso.

Mi ritrovai con i piedi gelati, le mani fradice e i capelli ridotti a sottili stalattiti. Ci riprovai senza il subdolo aiuto della mia amica, lo ammetto, ma non mi entusiasmò comunque.

Qualche settimana più tardi, in una sera fredda, stavo lavorando al mio romanzo. Non so se qualche meccanismo inconscio si mise in atto, sta di fatto che la mia protagonista si trovava al pub e fuori, nel luogo che avevo immaginato, fioccava alla grande. Riuscii a scrivere la densità della neve, la sensazione che si provava sfiorandola con le dita; l’odore dell’aria, l’atmosfera e mi parve che chiunque leggesse quel paragrafo potesse avvertire i brividi nelle ossa. 

 

– GITA IN MONTAGNA

Tralasciando la neve (e le zanzare) credo di amare ogni componente della natura. Il giorno in cui il mio compagno mi propose una gita in montagna, però, ero indisposta, indolente e svogliata. Avrei potuto declinare l’offerta senza troppi complimenti, ma la vocina sleale e pungente nella mia testa non me lo permise. 

Infilai lo stretto necessario in un vecchio zaino di tela e salii in macchina. Arrivammo ai piedi della montagna in meno di due ore. La stagione l’avevamo azzeccata, il giorno no. C’era una grossa e tondeggiante coltre di nubi che sembrava disegnare un occhio proprio sopra le nostre teste. Ero già scoraggiata, ma proseguimmo comunque.

In un tempo che oggi mi sembra brevissimo, iniziai ad amare quell’avventuraIl sentiero che seguimmo era popolato da dolcissimi animaletti che si meritarono ogni mia vocale di adorazione. Uscimmo e rientrammo dal percorso, sentendoci due delinquenti alla Bonnie e Clyde, e così ebbi l’occasione di cogliere qualche fiore e due o tre pigne giganti. Ho anche imparato che durante un’escursione non basta portarsi dietro il cellulare e una bottiglietta d’acqua. Avrei dato un morso alla mela avvelenata per un pacchetto di fazzoletti, credetemi.

Il mese successivo, un mio autore mi inviò il sedicesimo capitolo del suo romanzo, ed eccola lì in bella mostra, suggestiva e silenziosa: la montagna. Riuscii a colmare i buchi nelle descrizioni e a correggere alcune imperfezioni, tanto che l’autore in questione mi chiese se abitassi vicino alle Alpi.

 

– FOTOGRAFIE

Quando parlo di definizione infantile del termine «avventura» non intendo dare una spiegazione negativa, anzi. L’avventura infantile, per come la immagino, è un’esperienza fatta di piccole emozioni che suscitano grandi cambiamenti, riguardanti che cosa lo scoprirete da soli. Per questo, mi permetto di includere in questa lista di avventure un episodio avvenuto nel reparto più interno della sopracitata comfort – zone: il salotto di casa mia.

All’inizio dell’estate avevo fatto visita a mia madre. Il profumo del pollo con la senape si poteva acchiappare con i polpastrelli. Mi fermai a cena e con mio padre iniziammo la sua tanto agognata maratona di partite dei mondiali. Mia sorella picchiettava le dita sul suo cellulare.

Un bagliore rifletté sulle lenti dei miei occhiali. Lì, nell’angolo più basso della libreria di bambù, un filo dorato a margine del dorso color albicocca si insinuò nelle mie pupille. Era l’album di famiglia che avevo regalato a mia madre parecchi anni prima: le fotografie erano ritagliate ai lati, tondeggianti o romboidi; a margine avevo scritto i ricordi più belli legati a ognuna di esse e di alcune me li ero inventati. Lo estrassi dalla pila di romanzi di Sveva appartenuti a mia nonna e me lo misi in grembo come si fa con un bambino in cerca di coccole. Non dovetti aspettare molto prima che quell’album attirasse l’attenzione di tutta la mia famiglia.

Ripercorremmo le gite in Francia, i bagni lungo la costa della Catalogna, le discese ad Aprica, le scampagnate a bordo di quel vecchio camper e quella volta in cui perdemmo l’oblò per la strada e mio padre dovette tappare il buco con del nastro isolante. Nella mia mente si fecero nitidi i giri per i parchi divertimento, le infinite ore di ricerca di un campeggio per la notte, le chiamate a casa per ricordare alla nonna di dar da mangiare al criceto. Rividi le enormi onde della Sicilia, quel piccolo vortice marino, i giganteschi castelli della Loira. Sentii il profumo del pane toscano, l’odore degli alberi di quercia e l’immagine brontolona di mia sorella chiusa nel lettino posteriore.

Insomma, una valanga di memorie deliziose e allo stesso tempo malinconiche. Capii che i ricordi, molto spesso, fanno male anche quando sono belli e riuscii a scriverlo,vomitarlo sulla carta, senza inibizioni, scoprendo quanto può essere avventuroso parlare di sé, mettersi a nudo attraverso le memorie e ciò che da esse abbiamo imparato. 

 

***

Conclusioni. Quello che ho raccontato è una piccola, piccolissima parte delle piccole, piccolissime avventure che vivo ogni giorno. Il fatto è che tutto ciò che ci accade può essere un’avventura se solo sappiamo come viverla. La nostra stessa esistenza è un continuo susseguirsi di nuove emozioni, e noi dobbiamo coglierle al volo, abbracciarle e farle fiorire, soprattutto se vogliamo poter dire di aver messo almeno un po’ di noi in ciò che scriviamo. Vedo il mondo come un cinema, uno schermo sul quale può comparire tutto e noi dobbiamo osservarlo, ma non seduti su una poltrona. 

Spero che questa sequela di memoria possa avervi aiutato a “sputare fuori” voi stessi sulla carta e creare quello che cerchiamo nei libri: la verità.

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Qui, una la serie di articoli precedenti di questa pseudo – rubrica

La mia “writing routine” – una giornata per scrivere

Una giornata da scrittrice – la natura

Una giornata da scrittrice – gli appunti

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A presto,

Gloria

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13 pensieri su “Una Giornata da scrittrice – le avventure

  1. Katy ha detto:

    Io dalla mia più grande avventura, i due mesi in Inghilterra, ci ho tratto un libro. Ma quello che mi fa sorridere di più sono le avventure quotidiane: il pacco di caffè chiuso con lo scotch, l’orchidea che è rinata dal niente, la serata passata nella semi-tristezza a guardare Ink-Master. Ecco, questo tuo post mi ha fatto venire gli occhi a cuoricino!

    Piace a 1 persona

  2. Il Palombaro — Immersività blog ha detto:

    Post molto carino, Gloria! Qualcuno direbbe che la buona scrittura è prodotto esclusivo del vissuto; che un buon libro è un’alternanza di filler e lampi di vita reale dell’autore. Che non si dovrebbe scrivere di ciò di cui non si ha esperienza, e che le parti tratte dalla propria esperienza sono, per forza di cose, ben più emozionanti.
    Può darsi che sia così. Del resto, importanti scrittori non hanno fatto altro che parlare di sé e del proprio mondo, come Ed Bunker, Drieu la Rochelle, Céline, Bukowski, Hemingway o il grandissimo Jack London.
    Di una cosa io, invece, sono certo: l’autore che sa scrivere di un vissuto che non gli appartiene come se, al contrario, l’avesse provato sulla pelle, è l’autore definitivo. Perfetto, assoluto, di talento incommensurabile. Di sensibilità, intuito e intelligenza altissime. Preferirei aspirare a quella “onnipotenza” piuttosto che fermarmi a me stesso…

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    • Gloria Macaluso ha detto:

      La scrittura è la ricerca di quanto di più raro c’è nell’universo e di più caro nel nostro animo e testimonia un certo genio umano e il gusto di un maestro, diceva uno scrittore francese di cui non ricordo il nome. Credo sia la frase perfetta per unire entrambi i nostri pensieri ❤📝

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