Scrivo, dunque sono

Oggi come ogni settimana da non so bene quale anno, sono entrata in edicola e ho preso sotto braccio l’edizione de La Lettura. Per prima cosa, come sempre, sono andata dritta alla pagina delle classifiche e ho dato una sbirciata ai libri nella TOP 10 (Jojo Moyes con Sono sempre io è in testa); poi sono tornata a pagina 2 e con un’occhiata chirurgica ho analizzato i cinque riquadri che riassumono a grandi linee l’edizione (oggi, 25 febbraio, #326). Mentre le mie dita già fremevano sull’angolo destro del giornale per raggiungere pagina 23 (Narrativa – Divorare il cielo, il ritorno di Paolo Giordano), un nome a caratteri rossi mi ha costretto a staccare la mano dalla pagina sgualcita. Montaigne.

L’articolo di Alessandro Piperno mi colpisce con una frase al terzo paragrafo: La paura di dire «io» è talmente radicata nella coscienza di chi scrive che, pur di evitarlo, i saggisti accademici sono soliti rifugiarsi in formule prudenti e impersonali. […] «noi riteniamo» è come dire «io ritengo, ma siccome mi vergogno di ritenerlo faccio finta che lo riteniamo un po’ tutti».

L’articolo continua poi con un’analisi profonda di Montaigne, del suo modo di narrare di sé quasi denigrandosi, e lo pone tra le basi dei successivi autori e intellettuali tra cui la mia amata Virginia Woolf.

Scrivo, dunque sono. Ecco il punto. Perché ho tanta paura di raccontare di me? Perché gli scrittori ne hanno? Eppure, io racconto sempre di me anche se non parlo di me. Un po’ come ogni autore – nessuno potrà negarlo – anch’io traggo aneddoti, idee, emozioni, carattere, personalità e soprattutto pensieri da me stessa. Di conseguenza non faccio che mettere tutta me stessa nella mia scrittura, anche involontariamente.

Sto lavorando a un progetto da tre anni. Un lavoro stancante, lo ammetto, ma che non smette di ispirarmi e su cui non ho mai avuto cedimenti. C’è chi abbandona i propri scritti e anche a me è capitato alcune volte, ma questo mondo è ormai parte della mia vita e in esso io metto me e la mia vita. Quindi non ho paura di dire io.

In molti dei miei articoli ho usato le formule prudenti di cui parla Piperno «noi riteniamo», «è corretto dire», «noi abbiamo il coraggio di» ecc, e non sarò ipocrita dicendo che non lo farò più. Il senso di appartenenza, nella scrittura come nella vita, è una delle basi dell’umanità, della psicologia umana. Ma, una volta tanto, è bello diventare consapevoli che scrivere vuol dire raccontare e raccontarSI. Cosa ne sarebbe dei grandi capolavori della narrativa e della poesia se i loro autori non avessero messo qualcosa di proprio in ogni parola? Se non si fossero almeno un po’ raccontati?

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E voi vi raccontate?

A presto,

Gloria

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Qui il mio precedente articolo: Come far diventare la scrittura un’abitudine.

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17 pensieri su “Scrivo, dunque sono

  1. Vittorio Tatti ha detto:

    Sembra che l’utilizzo periodico del pronome “io” dimostri una certa dose di egocentrismo da parte di chi scrive; credo che sia vero, altrimenti nessuno scriverebbe o, al limite, lo farebbe solo in un diario segreto.
    Per quanto riguarda me, dipende molto da quello che scrivo ma, in percentuali variabili, è possibile che ci sia parte di me anche in quei racconti ritenuti “indipendenti”.

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    • Gloria ha detto:

      Ciao Vittorio! Ti consiglio di leggere l’articolo di cui parlo nel post. Si analizza bene anche l’egocentrismo a cui ti riferisci. Il pronome non mi spaventa affatto, semmai il resto della frase, è in essa che puoi trovare la visione egocentrica – se c’è – dell’uomo che scrive! Hai mai letto Montaigne? Lui parlava di sé con una dialettica a tratti offensiva! Dopotutto, la natura umana è spesso quella di mettersi in mostra. A presto, Gloria

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  2. gianni ha detto:

    Il tuo blog è molto interessante, sono dispiaciuto di non essermene imbattuto prima! Ti dico subito (metto le mani avanti va’) che non riuscirò a leggerlo bene prima di qualche giorno, ma intanto me lo salvo.
    A prestissimo*.

    *promessa da mercante, ma torenrò!

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  3. sherazade ha detto:

    Prima di tutto ti ringrazio per esserti soffermata sul mio blog tutt’altro che serioso o forse diversamente serioso.
    Sono d’accordo con il commento di Daniele Nel senso che il nostro sentire e vivere collettivo chiaramente implica il coinvolgimento del nostro Io.
    Sherabientot grazie

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  4. Gloria ha detto:

    Grazie a te per aver letto il mio articolo! Anch’io sono d’accordo con Daniele. Nella scrittura tanto quanto nella vita siamo costantemente a contatto con gli altri, questo implica un certo livello di empatia e noi ci sentiamo spesso parte di una realtà che non è davvero la nostra (o forse sì?). A me capita spesso. Un abbraccio, Gloria

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